07 Lug Cosa è successo davvero a Più libri più liberi
Dalla clausola costituzionale alla pressione del governo: una vicenda ancora aperta, e perché riguarda tutta la filiera
C’è un dettaglio che quasi nessuno ha raccontato bene, in mezzo al rumore di queste settimane: il cosidetto patentino antifascista richiesto agli editori partecipanti a Più libri più liberi non era nuovo, non era radicale, e non era nemmeno particolarmente originale.
Era, semplicemente, la Costituzione. Messa per scritto, in una clausola di adesione, e firmata: il rispetto dei valori costituzionali della Repubblica italiana, il ripudio dell’ideologia fascista e di qualsiasi forma di totalitarismo, l’impegno a non produrre o diffondere materiali che ne facciano apologia o che incitino all’odio.
Tre punti che qualsiasi manuale di educazione civica delle scuole medie considererebbe pacifici. Tre punti che un editore avrebbe dovuto poter firmare con la stessa naturalezza con cui firma un contratto di affitto per uno stand.
Il paradosso della dichiarazione antifascista che nessuno ha sottolineato abbastanza
E invece non è andata così. Il 14 giugno 2026, con un post sui social, la presidente del Consiglio è intervenuta chiamando la clausola “censura”: la sua lettura è che chiedere a un editore di dichiararsi antifascista equivalga a limitare la libertà di pensiero. Una clausola che chiede di non fare propaganda fascista è stata raccontata come repressione, un rovesciamento linguistico che meriterebbe, da solo, un capitolo di studi sulla manipolazione del linguaggio politico.
Il paradosso è netto: se la richiesta fosse stata “rispetta le leggi sul copyright” o “non promuovere prodotti contraffatti”, nessuno avrebbe gridato alla censura. Il problema non era la forma – una dichiarazione volontaria, senza sanzioni, senza commissioni di verifica – ma il contenuto: il fatto che si parlasse, esplicitamente, di antifascismo.
Eppure la reazione governativa, paradossalmente, ha dimostrato esattamente perché quella clausola era necessaria. Se bastano due righe sulla Costituzione per scatenare un caso politico, vuol dire che il problema non è la clausola. È il contesto in cui è diventato necessario scriverla.
Cosa è successo dopo: la dichiarazione antifascista degli editori sotto pressione
La fiera ha risposto all’attacco della premier con una nota in cui difendeva la scelta – “non è affatto censura, ma un’esigenza di chiarezza” – aggiungendo però una frase che ha fatto rumore: l’intervento della Presidente del Consiglio e il dibattito generale che ne è scaturito “ci inducono ovviamente a un ulteriore attento approfondimento per rispetto istituzionale”. Un segnale di cedimento, letto da molti come tale.
Al dibattito si sono aggiunte voci trasversali: Massimo Cacciari e Luciano Canfora critici verso la dichiarazione, Elly Schlein a difenderla ricordando che “la Costituzione è antifascista”. Seif – la società editoriale del Fatto Quotidiano – ha annunciato che PaperFIRST non avrebbe firmato, definendo la clausola “una nuova forma di fascismo”. Edizioni Settecolori ha presentato domanda di partecipazione precisando di non aver sottoscritto la clausola, pur dichiarandosi rispettosa della Costituzione.
Il colpo di scena: 300 editori iscritti, sette senza dichiarazione antifascista
Il 6 luglio 2026 è arrivato l’aggiornamento definitivo, pubblicato dall’ANSA. Si è chiusa la campagna commerciale: oltre 300 editori hanno chiesto di esporre, in linea con i numeri dello scorso anno. Sette domande sono state presentate in forma incompleta, non avendo sottoscritto la dichiarazione. La fiera ha comunicato che esaminerà comunque anche queste domande, precisando che la dichiarazione costituisce “l’esplicitazione di principi generali già richiamati nel regolamento della manifestazione”.
La clausola non è stata rimossa. La fiera si farà a dicembre. Ma la decisione di esaminare le sette domande incomplete, anziché escluderle automaticamente come prevedeva il sistema informatico, è il segnale che la pressione politica ha prodotto un primo cedimento pratico, per quanto formalmente minimizzato.
È questo lo spartiacque che rende urgente una risposta dal basso.
Perché la dichiarazione antifascista degli editori riguarda anche chi non espone in fiera
Questa vicenda non riguarda solo gli editori che espongono in fiera tre giorni all’anno. Riguarda tutti quelli che con le parole lavorano ogni giorno: scrittori, giornalisti, copywriter, traduttori, illustratori, librai, ghostwriter. Se l’impegno etico ha un senso quando lo firma una casa editrice davanti a un pubblico di settore, ha lo stesso senso quando lo firma chiunque scriva perché qualcuno lo legga.
Quando le istituzioni cedono alla pressione politica, la responsabilità si sposta su chi nella filiera culturale ha ancora voce propria. Dichiarazione Antifascista nasce esattamente da questo passaggio: non aspettare che sia una fiera, un ente o un’istituzione a chiederlo. Sceglierlo, liberamente, da soli. Non per protesta, ma come atto di chiarezza su di sé.